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STORIA DI UN ACCESSORIO: LA MUTA

04 Gennaio 2013
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Negli anni che precedevano la grande guerra, surfare nell’acqua fredda non era molto divertente.

I fratelli Hardy si stringevano attorno al fuoco, sorseggiando bicchieri di rum e whisky, mentre con timore quasi reverenziale osservavano i gelidi set di onde invernali che arrivavano. Dovevano solo scegliere il momento giusto, e con un po’ di coraggio olandese, infilare il maglione e i pantaloni termici, correre verso la riva, e buttarsi in acqua pagaiando in ginocchio per evitare un rapido e mozzafiato incontro con la gelida acqua.

Duck dive, wipeout – qualsiasi cosa li avesse tenuti nell’acqua insomma – dovevano essere evitati a tutti i costi.

L’elegante e disinvolta pagaiata, rapida e pronta a schivare il più possibile l’acqua, non solo testimonia una certa abilità di questa prima generazione di surfer, ma rappresenta un vero e proprio compendio di tecniche che un surfer può applicare allo scopo di rimanere relativamente asciutto e caldo.

Hugh Bradner, un fisico che lavorava presso l'Università di California, Berkeley, nei primi anni quaranta, è unanimemente riconosciuto come colui che per primo è arrivato al concetto fondamentale per il successo della muta: e cioè che la muta non deve essere necessariamente a tenuta stagna per mantenere il calore di chi la indossa. La ricerca di Bradner fu commissionata dalla Marina degli Stati Uniti d’America al fine di trovare un modo per mantenere i sommozzatori militari in acqua più a lungo e fargli indossare una divisa da combattimento marina molto flessibile.

Bradner capì che utilizzando vari tipi di gomma, come pvc ed altri materiali, si sarebbe potuto raggiungere un completo isolamento termico attraverso la moltitudine di piccole bolle di aria intrappolate nella gomma. L’acqua avrebbe saturato la muta e le bolle d’aria avrebbero avuto la funzione di riscaldare la zona compresa tra la pelle del nuotatore e la superficie esterna della muta.

Nel 1951 la marina declassificò ufficialmente la tecnologia oggetto della ricerca, e ciò portò al nascere di una miriade di esperimenti su questo oggetto.

Il surfer e venditore di finestre di San Francisco Jack O’Neil fu il primo, tuttavia, ad adeguare pienamente il concetto di muta alle esigenze dei surfer d’acqua fredda della California centrale.

O’neil capì subito che una versione più flessibile della muta della marina avrebbe significato più tempo nell’acqua per chi la indossa e, di conseguenza, avrebbe rappresentato un prodotto dalle incredibili capacità commerciali. Dopo aver fallito svariati tentativi di trovare il materiale giusto, il momento di illuminazione arrivò, secondo la ricostruzione più leggendaria, nel 1952 a bordo di un vecchio aereo di linea Douglas DC-3. Tirando indietro i tappeti sul corridoio dell’aereo, O’Neil notò una interessante sostanza simile alla gomma, che poi scoprì essere un materiale prodotto industrialmente chiamato neoprene.

O’Neil fece un ordine di un gran numero di pezzi di questo materiale, poi prese alcuni di questi pezzi, li cucì su un vestito aggiungendoci i piedi e la testa, e andò immediatamente a provare l’esperimento in acqua. Qualche anno più tardi e un centinaio di miglia a sud del nuovo surf shop di O'Neil a Santa Cruz, Bob Meistrell produsse la sua muta cucita con l'oro (provandola nelle acque relativamente calde di Manhattan Beach, Los Angeles) con una sostanza nota come G-231, una variante del neoprene, soffiato con azoto, materiale che si poteva trovare nelle guarnizioni dei fari delle automobili.

Sin dai primi giorni di ricerca sui materiali e le forme della muta, l’obiettivo è sempre stato quello di ottenere una maggiore leggerezza, flessibilità, calore, comfort e durata.

Una varietà infinita di tagli, combinazioni di colori, sistemi di zip, configurazioni di cuciture e persino prodotti senza cerniere e cuciture, sono giunti sul mercato oggi.

Negli anni ottanta, insieme alla maggior parte degli oggetti creati in quel decennio tanto deriso, anche le mute sono state caratterizzate da un orribile contrasto di colori sgargianti.

Prese piede anche il movimento Retrò, che aveva come scopo quello di spingere l’industria del surf a pensare non solo alle innovazioni tecnologiche ma anche allo stile nella sua purezza, tanto amato dai surfer di tutto il mondo. Il materiale nero assorbiva ovviamente il calore del sole e contribuiva a mantenere caldo il surfer.

Negli anni novanta e nel ventunesimo secolo le mute sono diventate incredibilmente leggere ed efficienti. Tutte le innovazioni apportate a questo prodotto permettono, ora, al surfer di rimanere in acqua per ore e ore, anche nei mari con temperature estreme.

Le mute integrali con cappuccio e calzari, composte da uno strato di neoprene di sei millimetri, hanno permesso ai surfer di affrontare gli ambienti più estremi, cavalcando le onde dell’Antartide e delle regioni più settentrionali dell’Alaska.

Oggi, il surfer medio che cavalca le onde al di fuori dei tropici può usufruire di mute di spessore oscillante tra i due e i tre millimetri nel periodo estivo, e tra i tre ed i cinque millimetri nel periodo invernale.

Questo mondo è tuttora in fermento grazie alle continue innovazioni tecnologiche sfornate all’unico scopo di rendere il surf più confortevole, come per esempio i sistemi di riscaldamento integrati nelle mute, ed alimentati a batterie.

Chissà, allora, quale sarà la prossima novità!